
Alfa Romeo 2600 SZ: la granturismo dimenticata
Sono tantissime le storie custoditi nel nostro archivio.
Carlo Di Giusto sa scoprire le più affascinanti raccontandole con eleganza
Carlo passa ore nell’archivio del Museo F.lli Cozzi, immerso tra faldoni, fotografie, brochure d’epoca e comunicati stampa originali. Setaccia ogni dettaglio, a caccia di storie dimenticate o mai raccontate, con la cura di chi ama profondamente il mondo dell’automobile. Ogni ritaglio diventa il punto di partenza per un nuovo racconto, ogni nota a margine può trasformarsi in una scoperta. Da qui nascono articoli e contenuti unici, dedicati ai lettori più curiosi.
Da 30+ anni racconta a parole e per immagini il mondo delle auto
Francoforte, 1965. Il Salone Internazionale dell’Automobile è un crocevia di sogni e velocità. In mezzo a tante novità, Alfa Romeo presenta qualcosa di inaspettato: la 2600 SZ, ovvero Sprint Zagato. Oggi sono passati sessant’anni esatti e ancora mi sorprende quanto poco si parli di questa vettura. Eppure, per chi conosce la storia del marchio, la 2600 SZ è un passaggio chiave. Sottile, elegante, velata di mistero.
Zagato e Alfa, si sa, sono due realtà milanesi che si rincorrono da sempre, quasi non potessero esistere l’una senza l’altra. Dalla loro unione nascono icone come la 6C 1750 GS, la Giulietta SZ, la Giulia TZ. Eppure, con la 2600 SZ si cambia registro. Deriva da un prototipo affilatissimo del 1963, ma quella che vediamo a Francoforte due anni dopo è un’altra storia: è una granturismo vera, vestita con sobrietà funzionale, pensata più per i lunghi viaggi che per le curve di un circuito.

Documenti archivio Cozzi.Lab

Documenti archivio Cozzi.Lab

Documenti archivio Cozzi.Lab
Sotto il cofano pulsa il sei cilindri in linea da 2,6 litri, tre carburatori doppio corpo Solex, lo stesso delle versioni Spider e Sprint. La carrozzeria, interamente in acciaio ma sorprendentemente leggera, rispetta i princìpi di leggerezza e aerodinamica di Zagato. La coda tronca, per esempio, è già allora una scelta consapevole, anche se ancora pochi la capiscono. Il frontale, invece, rompe con tutto: fari rettangolari, scudo maggiorato, linea inconsueta. Non è l’Alfa Romeo che ci si aspetta. E infatti, non la vogliono in molti.
Ne producono appena 105 esemplari, compresi cinque prototipi. Si dice che una finisca nel garage di Sophia Loren. Il prezzo è alto: 3.970.000 lire, più di otto Fiat 500 messe insieme. Un’auto esclusiva, destinata a pochi. Mi domando se qui, a Legnano, la concessionaria di Pietro Cozzi non ne avesse venduta nemmeno una… Una provocazione, certo, ma quando si sfogliano i documenti dell’epoca resta un dubbio curioso

Documenti archivio Cozzi.Lab

Documenti archivio Cozzi.Lab

Documenti archivio Cozzi.Lab
Al Museo Fratelli Cozzi, dove scopro e porto alla luce storie di Alfa Romeo, questa vettura non c’è. Fisicamente, intendo. Ma nei documenti, sì: eccome se c’è. C’è una brochure originale di sei pagine che la definisce “una sportiva da grandi viaggi”. C’è una circolare commerciale riservata ai concessionari in cui Alfa Romeo individua le sue dirette rivali: Mercedes-Benz 230 SL e Lancia Flaminia 2.8 Super Sport. E ci sono le istruzioni per spiegare ai clienti perché, secondo il Biscione, la 2600 SZ è superiore: per tenuta di strada, maneggevolezza, visibilità, compattezza. Addirittura per la possibilità di caricare gli sci abbattendo gli schienali posteriori.
Sfoglio anche una copia del Fusi ‒ la bibbia degli alfisti ‒ autografata da Giuseppe Luraghi e dedicata a Pietro Cozzi: a pagina 449 si legge che la 2600 SZ ha “una linea inconsueta, specialmente nel frontale… molto aggraziata la parte posteriore, con l’ampio cristallo del lunotto”.




Documenti archivio Cozzi.Lab


Tutti questi dettagli, oggi, compongono una narrazione alternativa: la storia di un’Alfa dimenticata, che non trovi in mostra, ma che vive nei faldoni, nei documenti riservati, nelle fotografie su carta baritata formato 30×30, quasi fossero post di Instagram con quarantacinque anni d’anticipo.
Ecco perché vale la pena raccontarla. Perché anche ciò che non si vede può essere testimoniato, studiato, compreso. La 2600 SZ forse non conquista il cuore del pubblico nel 1965, ma oggi, a sessant’anni di distanza, continua a raccontare la sua storia dalle pagine dei documenti cartacei conservati al Cozzi Lab.

L’articolo completo di Carlo di Giusto è stato pubblicato sul numero 18 de l’automobileclassica di marzo 2025
27 marzo 2025